Archive for the ‘Storia della musica’ Category

So che oggi mi dilungherò un po’ma non è stato davvero facile cogliere gli aspetti essenziali della storia di questo amato strumento. Spero di esserci riuscita discretamente.

Il pianoforte è della famiglia dei cordofoni ed è a corde percosse. Le sue origini sono da ricercarsi in due strumenti antichi quali il monocordo ed il salterio (dal quale deriva il dulcimer).

PITAGORA_MONOCORDO

Il monocordo, inventato da Pitagora in Grecia nel VI a.c., aveva una sola corda tesa tra due ponticelli sopra una cassa di risonanza e avente un terzo ponticello mobile per ottenere vari suoni da altezza diversa.

Salterio o Cítara

Il salterio fu invece ideato nel 300 a.c. e si trattava essenzialmente di uno strumento a più corde suonate attraverso delle bacchette di legno. Il più diffuso e noto è il salterio a percussione (chiamato cymbalom in Ungheria, tympanon, santouri in Grecia o hackbett in Germania) dove le corde sono percosse da martelletti ricoperti di stoppa o cuoio all’estremità.

fortepiano

Il pianoforte ha il suo immediato predecessore nel “fortepiano”, la cui invenzione si deve al padovano Bartolomeo Cristofori (1655-1731), costruttore di clavicembali che nel 1709 lavorava presso la corte fiorentina come “conservatore degli strumenti musicali”.

BartolomeoCristofori

Molti studiosi rinvengono le origini del fortepiano non tanto nel clavicembalo o clavicordo, come frequentemente si usa sentir dire, quanto in un dulcimer che era munito di tasti e di cui lo stesso Cristofori ne aveva ideato un prototipo chiamato “arpicembalo” tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento.

arpicwebalo_bartolomeo-cristofori

All’ epoca della sua invenzione, intorno al 1722, era esattamente definito come “gravicembalo col piano e col forte” e vantava un’estensione di 4 ottave (la metà di oggi), più di tutti gli strumenti conosciuti all’epoca. Già nel 1717 C. G. Schroeter aveva presentato alla corte di Sassonia un clavicembalo a martelli prendendo l’idea non tanto dal Cristofori quanto dal “Pantaleon”, strumento di moda nel Settecento, che prende il nome dal suo costruttore Pantaleon Hebenstreit, e che si presentava come una enorme cetra con oltre 200 corde suonate con delle mazzuole simili a martelletti.

Nel cenacolo culturale del Duca fiorentino si era discusso a lungo sull’opportunità di dare all’ arpicordo la possibilità di graduare il suono e fu proprio il Cristofori a riuscire ad inventare una meccanica in grado di farlo, sostituendo i salterelli del cembalo con dei martelletti e trovando il modo di farli scappare dalle corde, dopo averle percosse, abbastanza velocemente da non bloccarne la vibrazione e più rapidamente pronti ad un’ulteriore pressione.

I cembali a martelli di Cristofori avevano un’estensione di quattro ottave, quattro ottave e mezzo, due corde per ogni coro e avevano il registro dell’una corda, ma privi del meccanismo per alzare tutti gli smorzi assieme (in pratica, non avevano alcun tipo di pedale di risonanza).

mecc_cristofori

Il corpo sonoro, d’altronde, era lo stesso del cembalo e dell’arpicordo, perciò il suono prodotto risultato essere molto simile al suo. Va poi detto che per i primi tempi il pianoforte fu considerato solo un tipo particolare di cembalo, non tanto diverso, dunque, da quelli trasversali come la spinetta, il pianoforte da tavolo e il clavicordo.

A fare la differenza, ottenendone uno strumento regolabile nell’intensità, fu l’invenzione dello scappamento in cui il martelletto viene liberato dal suo sostegno prima di percuotere la corda così da poter vibrare in libertà finchè il tasto veniva tenuto premuto. Nonostante l’ancora arcaica meccanica del Cristofori, la struttura della sua invenzione prevedeva tre leve (tasto, cavalletto e martello) rendendola piuttosto simile ad un pianoforte a code dei nostri giorni.

Tale meccanismo fu reso noto grazie all’articolo del veronese Scipione Maffei pubblicato sul “Giornale dei Letterati” di Venezia nel 1711 e nel 1719, ed in seguito tradotto sulla rivista tedesca “Critica Musica” nel 1725.

Ebbe immediata diffusione grazie anche agli allievi del Cristofori, fra i quali spicca Giovanni Ferrini che ne costruì una esatta copia da donare alla regina Barbara di Breganza di Spagna, mecenate di Domenico Scarlatti (1685-1757).

ferrini_pianoforte

Probabilmente fu la descrizione nell’articolo del Maffei a dare il via alla costruzione dei primi pianoforti tedeschi ad opera di Gottfried Silbermann (1683-1753) e dei suoi allievi Friederici e Zumpe.

mecc-silbermann

Intorno al 1726 Silbermann ebbe fra i suoi estimatori e clienti Federico II di Prussia i cui pianoforti furono suonati in un paio di occasioni da Johann Sebastian Bach che si espresse con parere negativo nei confronti della nuova meccanica trovandola difettosa, salvo poi cambiare idea nel 1747 (questo strumento si trova ancora nel Palazzo di San-Souci a Postdam).

schloss_sanssouci_musikzimmer

In effetti la nuova meccanica era ancora in fase embrionale e non potè dirsi compiuta che nel periodo 1773-1788 grazie al “visionario” John Broadwood.

Nel frattempo, già dal 1732 cominciò ad essere scritta musica per pianoforte, ne è un esempio Ludovico Giustini con le sue “12 Sonate op.1 da cimbalo di piano e forte detto volgarmente di martelletti”. Ad uso domestico, essendo I primi pianoforti più grandi ed ingombranti rispetto ai clavicembali.

Tornando invece all’ ambiente austro-ungarico, a causa della guerra dei sette anni (1756-1763), molti dei costruttori migrarono nella Germania meridionale e in Inghilterra, tra questi vi fu Johann Andreas Stein (1728-1792) che stabilì la sua fabbrica ad Augusta. Intorno al 1751 i suoi pianoforti erano dotati di una meccanica opposta a quella del Cristofori, detta Prellmechanik (a rimbalzo) o meccanica viennese, dove lo scappamento privato della seconda leva e dello spingitore e collegando il martello direttamente al tasto.

Wolfgang-amadeus-mozart_1

Lo stesso Mozart, di strada ad Augusta sulla via di Parigi, espresse grande entusiasmo per il nuovo strumento e per la meccanica a scappamento mentre Czerny, riferendosi ad un commento di Beethoven, racconterà di come Mozart era abituato a suonare alla “vecchia maniera” cioè tutto staccato proprio a causa della mancanza del suddetto meccanismo di scappamento nella consuetudine, subito dopo la percussione, di allontanare rapidamente il dito dal tasto per aiutare il martelletto al ritorno in sede.

Verso fine Settecento, lo stesso Stein si trasferì a Vienna. Sui suoi pianoforti suonarono Mozart, Beethoven, Haydn, Clementi, Cramer e Dussek e fu da quel momento che il pianoforte viennese, dalla tastiera leggera ed il suono brillante e cristallino, cominciò a contrapporsi a quello francese e inglese più robusto e con un suono più scuro e pieno.

Come già accennato, nel 1761 John Broadwood (nella bottega a Londra del cembalaro Schudi), allievo di Silbermann, così come Johannes Zumpe (1726-1791), perfezionò ulteriormente il meccanismo aggiungendo i pedali e introducendo un ponte separato per le corde gravi. A lui, inoltre si deve il “Venezian swell” (crescendo veneziano), l’invenzione di una copertura della cassa armonica ad apertura e chiusura graduale che consentiva di creare un effetto di crescendo e diminuendo.

pianoforte_a_tavolo

Nello stesso periodo sono datati altri tentativi di costruire pianoforti più maneggevoli, economici e pratici come il pianoforte verticale detto “piramidale” (1739) di Domenico Del Mela e il pianoforte “a tavolo” (1758) di Christian Ernst Friederici poi perfezionato da Zumpe. Fu proprio su uno di questi modelli che nel 1768 si esibì Johan Christian Bach, figlio minore di Johann Sebastian. Grazie a queste innovazioni ed alla più favorevole congiuntura economica, a Londra a fine Settecento esistevano quasi 500 ditte costruttrici di pianoforti.

Nel 1781 Broadwood cominciò anche a costruire pianoforti a coda, strumenti non solo di dimensioni più grandi ma dalla meccanica più pesante e di conseguenza più fragile a causa dell’ enorme pressione esercitata sulle corde. Fu allora assolutamente necessaria l’introduzione degli elementi metallici. Anche l’alsaziano Sébastien Érard (1751-1831), cembalaro favorito della regina Maria Antonietta, sfuggito alla Rivoluzione francese, si stabilì a Londra nel 1792, aprì un proprio laboratorio perfezionando un proprio progetto di pianoforte a coda sul modello di quello britannico di Zumpe e, studiando i modelli di Broadwood, inventò il doppio scappamento.

mecc-erard

A contrapporsi alla casa Érard, nacque nel 1807 il laboratorio dell’austriaco Ignaz Pleyel (1757-1831). Nella prima metà dell’Ottocento si delinearono così due fazioni di musicisti: quelli che preferivano il suono robusto e brillante dei pianoforti di Érard (Liszt, Thalberg, Dussek, Beethoven, Fauré) e gli estimatori del più intimo ed immediato Pleyel (Mocheles, Chopin, Debussy, Ravel, Grieg, De Falla, Franck) che mantenne la meccanica inglese.

Altre innovazioni si successero nel XIX secolo.

Nel 1825, Alpheus Babcock (1785-1842) brevettò il primo pancone metallico in ferro fuso applicato ad un pianoforte orizzontale per ottenerne un volume più forte.

Del 1826, invece, l’idea di Henry Pape (1789-1875) d’inserire del feltro tra il legno dei martelletti e la loro coperura in pelle e la sovracordatura poi brevettata da Stenway nel 1859.

Nel 1843 l’americano Jonas Chickering (1798-1853), invece, ideò l’intero perimetro in metallo per un piano a coda a Boston.

Siamo ormai in pieno Ottocento e le nuove industrie statunitense e tedesca spadroneggiano acquisendo tutti i maggiori brevetti. È questo il periodo delle più celebri e grandi fabbriche di pianoforti: Baldwin, Chickering, Stenway & Sons negli Stati Uniti, Ibach, Steinweg, Bosendorfer, Blüthner e Bechstein in Germania.

In Italia l’ultimo grande produttore fu Cesare Augusto Tallone (1895-1982), accordatore ufficiale presso il Vittoriale di D’Annunzio e consulente ufficiale della Yamaha in Giappone, sui pianoforti suonarono Michelangeli, Cortot, Fischer e Toscanini.

Alle soglie del XX secolo molti compositori, grazie alle nuove possibilità date dallo strumento, sperimentarono numerosi e diversi modi di utilizzarlo tra i quali quello proposto da Erik Satie per La Piège de la Méduse del 1914 in cui indicava d’inserire pezzi di carta tra le corde per realizzare un suono originale. Lo stesso si dica per John Cage che sperimentò di legare vari tipi di oggetti alle corde (da carta a bottiglie o chiodi).

In pieno secolo fu il brevettato telaio in ghisa e l’incordatura incrociata a consolidare la produzione e la fama della ditta Stenway & Sons che divenne la maggiore produttrice mondiale di pianoforti.

A breve, nella sezione “materiali” troverete moltissimi altri aspetti dedicati alla tecnica, alla storia ed alla manutenzione del pianoforte.

A presto!

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Notizia purtoppo tristissima di oggi: si è spento a 74 anni Ray Manzarek, dopo una lunga e logorante battagflia contro il cancro, il tastierista dei Doors ed alter ego di Jim Morrison….a tre giorni di distanza dalla programmazione di uno stupendo documentario su sky arte (tratto dalla serie “Classic Albums) dedicato a “The Doors”, l’album d’esordio dell’omonima band dal quale sono usciti brani come “Break on through to the other side“, “End of the night“,”Alabama song“, “Light my fire” e la magica “The End” (il video linkato è tratto da “Live at the Bowl”, 1968 Hollywood).

ray-manzarek

Proprio in questo documentario avevo avuto il piacere di ammirare lo stile di Ray Manzarek che riproponeva live alla tastiera alcune tra le più leggendarie canzoni dei Doors mescolate al racconto della loro creazione.

Molti lo hanno definito l’ “anima” dei Doors, il deus ex-machina, per così dire e credo proprio a ragione poiché la band riuscì, dopo svariati falliti tentativi di ricerca,  a rinunciare al bassista in quanto lo stile di Manzarek si basava sul suonare la linea di basso con la sinistra attraverso un Rhodes Piano Bass appoggiato al Vox Continental sul quale suonare le lineee melodiche con la destra, regalando così quell’inconfondibile suono psichedelico tipico della band.

Eccovi il mio brano preferito, “Riders on the Storm”:

E qui uno curioso video sulle prime lezioni di pianoforte di Manzarek bambino:

Non importa se siate pianisti professionisti o dilettanti, nemmeno se preferiate un genere più classico piuttosto che un altro, vi sarà impossibile, per crescere come pianisti e musicisti, non avvicinarvi alla loro musica, la vita è troppo breve per perdersi questa esperienza…

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Oggi vi segnalo un’ animazione in stile RSA che narra ben 50.000 anni di storia della musica il cui autore spagnolo è Pablo Morales de los Rios.

Una meraviglia assoluta da guardare ed ascoltare!

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Compositori_CurciChi intende far avvicinare i propri bimbi alla musica classica raccontata come fosse una favola trova in questa serie di libri con audio cd un’ottima soluzione.

La serie della Curci YoungAlla scoperta dei compositori” è stata pensata per i bambini dai  6 ai 10 anni ma credo che anche i genitori meno avvezzi alla classica possano trovare lo spunto per creare un momento rilassante in famiglia ascoltando della buona musica.

I libretti disponibili sono attualmente nove e dedicati a Vivaldi, Händel, Bach, Mozart, Beethoven, Schubert, Chopin, Čajkovskij e Debussy.

Ogni volume narra l’infanzia e la vita di ciascuno di loro anche con curiosità divertenti…lo sapevate, per esempio, che Debussy, grande appassionato del mare, voleva fare il marinaio? O che Handel suonava il pianoforte di nascosto perché il padre non voleva che diventasse musicista?

La collana è, inoltre, corredata da graziose illustrazioni e fotografie di repertorio e inframezzata da estratti musicali presenti nel cd e provenienti dallo splendido catalogo della Erato.

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Interessantissimo libro quello che oggi vi segnalo in quanto è uno dei pochi a tentare di avvicinare, incuriosendoli, anche i neofiti alla musica: di Daniela MagaraggiaDentro la Musica

dentro la musica_magaraggia

Come dice la stessa introduzione, è un testo che ci introduce alla musica in modo consapevole attraverso l’analisi guidata delle forme, degli elementi, dei ritmi e degli stili musicali, dell’armonia, della melodia, dei timbri….il tutto corredato da un’appendice con glossario e questionari di comprensione.

Particolarità che apprezzo tantissimo  sono i consigli di ascolto che via via si trovano tra i capitoli e la possibilità, con registrazione gratuita, di accedere ai contenuti multimediali della Curci.

Libro da non perdere, anche quando si sa già molto della musica perchè in realtà si ha sempre da imparare…

Colgo l’occasione per ricordarvi,a proposito di Ludovico Einaudi e del suo concept album “In a time lapse, che domani mercoledì 13 febbraio, su Repubblica.it si avrà la possibilità di assistere in diretta streaming al suo concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, intanto ecco l’intervista al maestro del giornalista Gino Castaldo:

http://video.repubblica.it/eventi-einaudi/il-viaggio-nel-tempo-di-einaudi/118647/117113

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Isaac Albeniz (1860-1909 è un autore certamente poco conosciuto a chi non ascolta musica classica per pianoforte ma che sorprende per la sua raffinatezza.

Tratto dalla suite España, op. 165 (della quale trovate lo spartito qui), ecco la mia interpretazione del Tango in re:

Mi ha divertito molto leggere di alcuni aspetti della sua personalità che non conoscevo: ribelle e insofferente alle regole, grande adulatore di donne, grande concertista ma conosciuto anche per il suo carattere generoso e bonario nonchè giocherellone (celebri le sue gags in pubblico quali suonare girato di schiena o con le mani coperte da un lenzuolo!)

albeniz

Come Manuel De Falla e Enrique Granados ebbe il merito di aver affermato la musica spagnola slegandola da ogni influenza straniera esaltandone il carattere folkloristico ricco di vitalità ritmica e lirismo.

Allievo e ammiratore di Franz Liszt, dopo varie peripezie  e concerti in America,  si stabilì con la moglie e i figli a Parigi dove entrò nella cerchia di altri celebri composiori quali Debussy, Fauré e Dukas e divenne famoso come pianista, insegnante e compositore.

Esercitò la sua influenzà su Debussy, Faurè, Ravel, Messiaen, Poulenc ed il drammaturgo e poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca ne scrisse l’epitaffio sulla tomba dove Albeniz è sepolto a Barcellona:

Questa pietra che vediamo eretta
sopra erbe di morte e fango oscuro
vigila lira d’ombra, sole maturo,
urna di canto sola e rovesciata.
Dal sale di Cadice a Granada
che erige in acqua il suo muro perpetuo,
su cavallo andaluso d’accento duro
la tua ombra geme nella luce dorata.
O dolce morte della piccola mano!
O musica e bontà intrecciate!
O pupilla di falco, cuor sano!
Dorme cielo infinito, neve tesa.
Sogna inverno di luce, grigia estate.
Dormi nell’oblio della tua vecchia vita!
[HO PAURA DI PERDERE LA MERAVIGLIA]
Ho paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua e l’accento
che di notte mi mette sulla guancia
la rosa solitaria del tuo alito.
Mi addolora star su questa riva
tronco senza rami; ma ciò che piú m’addolora
è non aver fiore, polpa o terra,
per il verme della mia sofferenza.
Se tu sei il mio tesoro occulto,
se sei la mia croce e il mio dolor bagnato,
se sono il cane del tuo dominio,
non lasciarmi perdere ciò che ho guadagnato
e inghirlanda le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno perduto.

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stumenti antichiLe videolezioni talvolta sono più utili di molti libri, soprattutto quando si ha poco tempo e si devono ripassare velocemente i concetti: lunedì tenterò di cimentarmi nel test preliminare per l’ingresso al biennio abilitante che prevede un “unico” posto per docente di pianoforte….le probabilità statistiche che io lo superi sono scarsissime ma la prendo come un’occasione per rivedere la mia preparazione teorica e pratica, come è giusto che ogni docente periodicamente svolga. Dico “ripassare” i concetti perchè oltre a questo fantasmagorico test dalle speranze quasi nulle, nel mio percorso di studi ho già avuto modo di superare brillantemente per ben  3 volte esami riguardanti la storia della musica….ma, si sa, gli esami non finiscono mai quanto la ricerca della stabilità e per noi docenti è una consueta e ben nota situazione.

Tornando al tema dell’articolo, ho scovato da tempo queste videolezioni di Onorio Zaralli e del Centro Studi Multimediali “Il Ninfeo”:

http://www.youtube.com/user/ilninfeo?feature=watch 

Inizialmente mi metto ad ascoltare un video, poi lo riascolto annotando le cose più importanti, infine creo, su uno dei miei quadernetti, una panoramica generale del tema (es. il Rinascimento, oppure il Barocco…). Completo alla fine con l’ascolto (evviva youtube!) di brani citati negli appunti e nelle videolezioni che servano per fissare le idee e chiarire meglio gli aspetti teorici e i caratteri di certe forme musicali (es. mottetti, oratori, madrigali, sonate, suite, sinfonie…).

Altro materiale didattico musicale lo potete trovare nel sito personale di Onorio Zaralli:

http://www.onoriozaralli.it/

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Charles Rosen

Charles Rosen, purtroppo scomparso propio oggi (ne dà l’annuncio il Los Angeles Times  e il New York Times), pianista, musicologo e concertista da più di sessant’anni, con una egualmente appassionata carriera di scrittore di musica per numerose riviste e periodici, ha più volte saputo offrirci punti di vista originali sulle vicende storico-musicali e sui vari aspetti del suonare, con un modo di raccontare ironico e brillante (altri suoi interessanti titoli sono: “Lo stile classico: Haydn,Mozart, Beethoven”, “La generazione romantica”, “Le forme-sonata”).

piano_notes_rosen

In questo libro del 2008 parte dal lavoro muscolare di ogni pianista, che Rosen afferma essere simile a quello di un atleta, portando numerosi esempi tra le celebrità di questo strumento, quali Rubinstein, Gould, Horovitz e Rachmaninov, solo per citarne alcuni, passa ad un discorso sul tocco e su quanto la condizione mentale condizioni quella fisica con risultati ovviamente differenti. Altri capitoli sono poi riservati ai concorsi ed ai conservatori, ai concerti ed alle incisioni, per poi finire con la prassi esecutiva,approccio fedele e necessario quando s’intende suonare rispettando il periodo storico di ogni compositore.

Libro assolutamente da consultare e da tenere con estremo amore e cura sopra al pianoforte!

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E’ una delle opere  più ricche di colore e contrasti, viaggio e diario delle impressioni di un visitatore che passeggia tra i quadri di una mostra, scaturita dall’immaginazione di Modest Musorgskij (uno dei compositori del gruppo dei Cinque per il quale l’arte era legata al folclore e alla tradizione popolare russa) dopo essere rimasto magicamente affascinato dai quadri dell’amico Viktor Alexandrovic Hartmann, morto l’anno precedente e per il quale fu organizzata una mostra a San Pietroburgo nel 1974. La versione originale dei Quadri di un’esposizione, scritta nel 1873, è pianistica ed è forse la meno conosciuta, poichè a renderla popolare fu la trascrizione per orchestra di Nikolaj Rimskij-Korsakov (e l’esecuzione di Maurice Ravel nel 1929). Al seguente link potrete ascoltare l’interpretazione pianistica di Alice Sara Ott giovane e talentuosa artista:

http://www.medici.tv/#!/alice-sara-ott-schubert-mussorgsky-verbier-festival-2012

L’ascolto della versione orchestrale lo trovate qui sotto, con tanto di titolo e di scansione temporale per ogni singolo brano:


0:00 I. Promenade
1:41 II. Gnomus
4:15 III. Promenade
5:14 IV. Il vecchio castello
9:37 V. Promenade
10:11 VI. Tuileries
11:14 VII. Bydło
14:13 VIII. Promenade
14:57 IX. Ballet of the Unhatched Chicks
16:16 X. “Samuel” Goldenberg und “Schmuÿle”
18:17 XI. Limoges, le marché
19:46 XII. Catacombæ (Sepulcrum romanum) and “Cum mortuis in lingua mortua”
23:29 XIII. The Hut on Fowl’s Legs (Baba-Yagá)
27:06 XIV. The Great Gate of Kiev

Per i più curiosi: una versione rock progressive fu realizzata dal gruppo Emerson, Lake & Palmer per il loro album omonimo nel 1971.

E per concludere, l’autografo del compositore Modest Musorgskij così recita in fondo all’opera: “Lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi e li invoca; questi si illuminano dolcemente all’interno” e così noi ancora oggi, viaggiatori musicali, ci lasciamo lentamente condurre dalla sua musica…

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Aleksandr Borodin ritratto da Repin

Sicuramente lo avrete già sentito nominare perchè nella storia della musica è inserito tra i grandi nomi della musica russa come facente parte del Gruppo dei Cinque (assieme a Balakirev, Cui, Musorgskij e Rimskij-Korsakov) che si occupò di elevare la musica russa al pari delle altre scuole musicali nazionali (tedesca, francesce e italiana). Aleksandr Borodin, nato a San Pietroburgo nel 1833 da una relazione tra il figlio del principe Luka Semenovic Gedianov e la sua amante ventiquattrenne Avdokija Konstantinovna Antonova, fu un personaggio alquanto particolare poichè oltre ad annoverarsi tra i musicisti, fu anche valente chimico e ricercatore scientifico. Considerava la musica, come lui stesso disse “un riposo dalle sue occupazioni più serie” e fu proprio per questo che non scrisse moltissime opere, ma tra queste, Il Principe Igor, divenne certamente la più celebre, a tal punto da entrare a far parte nel 1953 del musical Kismet a Broadway (noto è il tema di Stranger in Paradise che riprende proprio quello delle Danze Polovesiane):

Di Borodin si sanno molte cose e molti sono gli aneddoti che potete trovare sul web: spesso lo si ricorda come la classica figura dello scienziato sempre di corsa e sempre indaffarato, polistrumentista da bambino e “dilettante” da adulto tanto da proseguire la sua scrittura del Principe Igor per ben vent’anni senza mai riuscire a finirla (fu infatti completata postuma da Rimskij-Korsakov), socievole e di compagnia a tal punto da avere la casa sempre invasa da amici, studiosi e musicisti. Ma è innegabile, e le Danze Polovesiane lo testimoniano, che il suo stile musicale fosse così delicato, elegante, ricco di originali temi da rimanere nella testa di chiunque lo ascoltasse.

L’originalità dei temi, le delicate armonie e la ricercatezza modale caratterizzano altresì le sue composizioni più note: i due quartetti per archi, la seconda sinfonia, la Petite Suite per pianoforte e lo schizzo sinfonico ricco di elementi folklorici russi, Nelle steppe dell’Asia centrale (1880).

E vi lascio con una poesia di Charles Bukovski:

Vita di Borodin

la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;
Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale

riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda…

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Oggi condivido con voi un articolo tratto da “The Quietus“, webzine musicale britannica, che mi ha molto incuriosita, anche perché, chiediamocelo onestamente, cos’ hanno in comune Steve Reich e i Radiohead? Direi apparentemente proprio nulla. Steve Reich é uno dei compositori viventi più importanti (assieme a Terry Riley, Philipp Glass, Yann Tiersen e Michael Nyman, tutti valenti pionieri del minimalismo) e che ha in parte influenzato l’elettttronica ed il pop. Sembra che il compositore statunitense si stia ultimamente dedicando ad un nuovo progetto in cui é lui stesso inaspettatamente ad ispirarsi alla musica rock.

Radio rewrite parte proprio con due brani della band di Oxford: Everything in its right place e Jigsaw falling into place. L’idea di Reich é nata dopo aver visto suonare i Radiohead a Cracovia dove, pare, sia rimasto piacevolmente deliziato nell’ascoltare il suo brano Electric counterpoint eseguito dal chitarrista Jonny Greenwood:

Il progetto di Reich non é ancora terminato ma sembra che verrá eseguito dalla London Sinfonietta nel 2013. Lo stesso Reich, riporta il giornalista dell’articolo Leo Chadburn, ne parla in termini entusiastici e come qualcosa che non ha nulla a che fare con il rock: “Se non conoscete i brani originali, non vi verrebbe di certo in mente quel genere di musica. Ho solo usato alcune armonie, giri di basso e melodie e sono andato per la mia strada”. Così su due piedi, non mi faccio nessuna particolare opinione in merito, attendo solo di ascoltare con molta curiositá, sono convinta che potrá essere un’ occasione in più per arricchire il mio bagaglio musicale.

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Sabato ho avuto l’immenso piacere di assistere ad uno degli House Concerts di Piano City Milano, splendida rassegna di musica pianistica con eventi sparsi un po’ in tutta la città meneghina (e peccato non averli potuti sentire tutti!).
Così, grazie all’invito di Gian Mario Soggiu, brillante pianista conosciuto grazie ad un mio articolo  riguardante l’interpretazione della Cathédrale Engloutie eseguita da Dominique Piers Smith,  suo amico e collega, ho potuto ascoltarli entrambi, con due programmi a dir poco stimolanti ed impegnativi.

Ringrazio ancora di cuore Gian Mario e Dominique che spero di rivedere presto!

Ma avrò modo di  raccontarvi di quest’avventura musicale nel prossimo articolo.

Oggi vorrei darvi invece modo di ascoltare un brano didattico apparentemente facile che ritengo tra i più raffinati. In questa serie di brani ne sarò io stessa esecutrice.

La Gymnopédie n. 1 di Erik Satie composta, come le altre due, nel 1888 è certamente un brano per i giovani allievi ma non certo da affrontarsi ai primissimi anni.

Il titolo Gymnopédie fa riferimento alle Gymnopaedia, ciclo di festività che si svolgeva ogni luglio a Sparta e che includeva  danze di guerra e di abilità in onore degli dei e degli eroi caduti in battaglia. Solitamente si accosta allo stile neogreco nelle arti figurative.

In questo brano non vi sono passaggi tecnici particolarmente difficili, scale, abbellimenti grandi aperture accordali, velocità etc… ma la sfida maggiore sta  nel tocco e quindi nel saper calibrare  l’accompagnamento della sinistra, che danza in 3/4 con appoggio del peso sul secondo tempo, con il tema alla destra che deve necessariamente risaltare sempre cristallino e leggero, per rendervi un’immagine, direi quasi come se questo canto si posasse sopra un cuscino di nuvole. La ciclicità e la ripetitività pervade il nostro orecchio dando una sensazione di completo abbandono, per poi ironicamente sorprenderci alla fine col cambiamento di accordi (dal maggiore della prima parte al minore nella seconda).

Credo che questa sorta di ironicità a fine brano rispecchi il carattere e l’atteggiamento che lo stesso Satie dimostrò in vita in varie occasioni (da leggere assolutamente “I quaderni di un mammifero”) pur se amante della semplicità e al contempo dolente della propria solitudine.

Consiglio fortemente di studiare questo brano per imparare l’indipendenza delle mani, il tocco, i colori e l’uso del pedale senza l’ansia di una velocità eccessiva ma soprattutto per imparare che nelle cose semplici talvolta c’è molto più da cogliere e percepire.

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Oggi finalmente posso farvi ascoltare due brani tra i più celebri di Johannes Brahms nel repertorio a 4 mani.

Sono stati eseguiti da me e da una mia allieva davvero brava e appassionata, Seiko Mazzucato, durante il recital 2011 dei miei allievi.

Si tratta del Walzer op. 39 n. 15 in la maggiore composto nel 1865 e della Danza Ungherese n. 5 in fa♯ minore del 1869.

Brahms, compositore amburghese della seconda metà dell’Ottocento si contrappone di solito a Wagner per il suo stile compositivo complesso ma, al tempo stesso, per una certa inclinazione al popolare ungherese e viennese che predilige, contrariamente al sinfonismo wagneriano, imperante in quello stesso periodo, un maggiore intimismo e dolcezza poetica (di cui il Walzer n.15 ne é un magnifico esempio). Al critico, didatta e fedele amico Eduard Hanslick si attribuisce solitamente la dedica dei 16 Walzer.

Mentre nella seconda parte del video potrete ascoltare La Danza Ungherese n.5, probabilmente la più celebre che, al pari delle altre 21 danze composte agli esordi della carriera di Brahms, si rifà a motivi popolari magiari (non gitani ma ungari!). Non vi era in Brahms  alcuna intenzione filologica, come faranno in seguito Dvořák e Kodály. Le due particolarità più evidenti sono l’alternanza di due temi di carattere opposto, di cui il primo ripetuto alla fine (schema ABA), ed una struttura ritmica molto marcata, come solitamente accade per tutti i brani di origine popolare.

Buon ascolto!

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Con un po’ di ritardo dovuto al ponte del I maggio, oggi vi consiglio un libro del 2001 definito dal Daily Mail “Il libro che trasformerà vostro figlio in un appassionato di musica!”. Io l’ho trovato spassosissimo!

L’autore, Steven Isserlis, brillante violoncellista britannico di fama internazionale, vincitore nel 1998 del premio CBE “per il suo impegno al servizio della musica” e del Premio Schumann, riesce a presentarci alcuni dei più celebri compositori della musica classica in maniera divertente e curiosa, non solo narrandoci gli eventi più singolari e significativi della loro esistenza ma anche fornendoci consigli sui primi ascolti da affrontare per avvicinarci gradualmente alla loro musica.

[…] La musica è magia. Ma chi l’ha inventata? E chi lo sa. Da dove viene? Chi lo sa. Chi l’ha composta? Nessuno lo…No, un attimo; QUESTO lo sappiamo! I compositori compongono musica. Scrivono tanti punti e linee sulle pagine; poi intervengono gli esecutori che, con i loro strumenti e le loro voci, trasformano questi punti e linee in suoni. E’ tutto veramente misterioso. O forse no? In fondo, le parole che stai leggendo, non sono che un’altra serie di punti e linee. Sicuramente conosci il loro significato, perciò puoi guardarle, traendone il loro suono e il loro senso. Allo stesso modo la musica non è altro che un altro genere di linguaggio con i loro significati. Ma c’è qualcosa di magico nella musica rispetto a ogni altro linguaggio. La varietà dei suoni è molto, molto più vasta rispetto a qualsiasi lingua parlata; ed è proprio perché non sono legati a un preciso significato che i suoni possono esprimere molto di più. […]

(Steven Isserlis)

Eccovi, tra l’altro, un’ intervista all’autore.

Un libro che non deve sicuramente mancare nella libreria dei docenti di musica, rivolto ai ragazzi ma, perchè no, anche ai genitori.

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Una delle suite debussiane che mi lasciano un senso di meraviglia crescente ad ogni nuovo ascolto è senz’altro Estampes, composta nel 1903 e costituita da 3 gioielli musicali simili a delicate xilografie antiche: Pagodes, La soireé dans Grenade e Jardins sous la Pluie.

Il primo brano, Pagodes, s’spira al “gamelan(uno splendido esempio lo trovate qui), ensemble di strumenti percussivi in uso a Bali e Giava, presentato per la prima volta nel 1889 nel corso dell’Esposizione Universale di Parigi. L’eco di suggestioni esotiche pervade l’intero brano attraverso l’immancabile uso della scala pentatonica,  una timbrica brillante quasi metallica, ricorrenti ritmi percussivi e l’uso sostenuto del pedale tonale (usato in modo saggio e mai sovrabbondante, fedeli all’indicazione dello stesso Debussy “delicatamente e quasi senza sfumature” che per noi pianisti si dovrebbe tradurre in:”non esagerare con i rubati e non ridondare con l’espressività altrimenti si trasforma in un brano di stile romantico!”.

Pianista: Davide Cabassi

Il secondo brano, La soireé dans Grenade, è un’ “habanera”, danza spagnola simile al tango (vi basti pensare a quella celebre tratta dalla Carmen di Bizet o al tradizionale La Paloma, per averne un’idea). Dall’oriente ci spostiamo alla Spagna araba con chiare imitazioni chitarristiche, senza per questo attingere direttamente da motivi popolari precisi ma solo con l’intento di evocarne le atmosfere (così come disse lo stesso Manuel De Falla). Con spiccata capacità di Debussy di dipingere scene non è difficile immaginare un gruppo di danzatori che con le loro movenze disegnano immaginari arabeschi tra le strade di Granada.

Pianista: François-Joël Thiollier

Il terzo e ultimo brano, Jardins sous la Pluie, ci trasporta in Francia, e pur descrivendo un temporale autunnale (con tutto il suo corredo di scrosci, tuoni, vento ululante – i cromatismi – e quant’altro) include anche due melodie infantili popolari francesi che sembrano riportare la spensieratezza tipica di ogni fanciullo (la stessa tonalità da minore passa a maggiore).

Pianista: Jeremy Menuhin

La descrittività è il carattere di tutti e tre i movimenti come se Debussy si fosse reso conto che la musica ha un valore aggiunto quando esplora a fondo tutte le capacità coloristiche e timbriche oltre a quelle armoniche e formali. Ecco la semplicità della magia del caro Debussy!

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